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Danno differenziale: la Cassazione precisa la nozione di occasione di lavoro

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 9913 del 13 maggio 2016 pronuncia in tema di indennizzabilità del risarcimento del danno subito dal lavoratore in dipendenza di infortunio verificatosi in occasione di lavoro, specificando quale sia la portata della locuzione “in occasione di lavoro”.
Nello specifico, il datore di lavoro, condannato in appello al risarcimento del danno differenziale nei confronti del lavoratore che aveva riportato fratture multiple durante l’espletamento delle mansioni di portiere, propone ricorso dinanzi alla Suprema Corte, deducendo che la Corte d’Appello avesse omesso l’esame di alcune circostanze relative alle modalità comportamentali del lavoratore che, a suo avviso, se correttamente interpretate alla luce del concetto di “rischio elettivo” interruttivo del nesso causale tra infortunio e condotta, avrebbero portato alla esclusione di responsabilità del datore di lavoro,  non essendo ricompresa tra i compiti ordinari del dipendente la pulizia del locale ove era avvenuto l’incidente.
E’ noto che l’infortunio che la legge considera in riferimento ai lavoratori è quello prodottosi “per causa violenta in occasione di lavoro, da cui sia derivata la morte o un’inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale, ovvero una inabilità temporanea assoluta che importi l’astensione dal lavoro per più di tre giorni” (artt. 2 e 210 d.p.r. n.1124/1965), o anche soltanto, a decorrere dal 25 luglio 2000, un danno biologico (art. 13, d.lgs. n. 38 del 2000).
La Cassazione conferma il proprio orientamento in materia di interpretazione della locuzione “occasione di lavoro”, di cui all’art. 2 d.p.r. n. 1124/1965, che implica la rilevanza di ogni esposizione a rischio ricollegabile allo svolgimento dell’attività lavorativa in modo diretto o indiretto (con il limite del c.d. rischio elettivo) e, quindi, anche della esposizione al rischio insito in attività accessorie o strumentali allo svolgimento della suddetta attività, ivi compresi gli spostamenti spaziali compiuti dal lavoratore all’interno dell’azienda, a nulla rilevando l’eventuale carattere meramente occasionale di detto rischio, atteso che è estraneo alla nozione legislativa di occasione di lavoro il carattere di normalità o tipicità del rischio protetto.
La Suprema Corte, richiamando precedenti giurisprudenziali, ribadisce con questa pronuncia che ai fini dell’indennizzabilità dell’infortunio subito dall’assicurato, per “occasione di lavoro” debbano intendersi tutte le condizioni, comprese quelle ambientali e socio – economiche, in cui l’attività lavorativa si svolge e nelle quali è insito un rischio di danno per il lavoratore, indipendentemente dal fatto che tale danno provenga dall’apparato produttivo o dipenda da terzi o da fatti e situazioni proprie del lavoratore, col solo limite, in quest’ultimo caso, del c.d. rischio elettivo, ossia derivante da una scelta volontaria del lavoratore diretta a soddisfare esigenze personali.
La Suprema Corte specifica che l’evento verificatosi “in occasione di lavoro” travalica in senso ampliativo i limiti concettuali della “causa di lavoro”, afferendo nella sua lata accezione ad ogni fatto comunque ricollegabile al rischio specifico connesso all’attività lavorativa cui il soggetto è preposto; il sinistro indennizzabile ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 2, non può essere circoscritto nei limiti dell’evento di esclusiva derivazione eziologica materiale dalla lavorazione specifica espletata dall’assicurato, ma va riferito ad ogni accadimento infortunistico che all’occasione di lavoro sia ascrivibile in concreto, pur se astrattamente possibile in danno di ogni comune soggetto, in quanto configurabile anche al di fuori dell’attività lavorativa tutelata ed afferente ai normali rischi della vita quotidiana privata; pertanto l’evento infortunistico verificatosi in occasione di lavoro non va considerato sotto il profilo della mera oggettività materiale dello stesso, ma, ai fini della sua indennizzabilità, deve essere esaminato in relazione a tutte le circostanze di tempo e di luogo connesse all’attività lavorativa espletata, potendo in siffatto contesto particolare assumere connotati peculiari tali da qualificarlo diversamente dagli accadimenti comuni e farlo rientrare nell’ambito della previsione della normativa di tutela, con l’unico limite della sua ricollegabilità a mere esigenze personali del tutto esulanti dall’ambiente e dalla prestazione di lavoro (c.d. rischio elettivo).
La sentenza in commento aderisce, pertanto, all’interpretazione dottrinaria e giurisprudenziale conforme, secondo cui “occasione di lavoro” non equivale a “causa di lavoro”:  pertanto, non è necessario che vi sia un rapporto causale diretto con lo svolgimento dell’attività lavorativa, ben potendo l’infortunio dipendere da terzi o da fatti e situazioni proprie del lavoratore[i] e per converso, non è nemmeno sufficiente che l’infortunio si sia verificato durante o sul luogo di lavoro : deve infatti sussistere almeno un rapporto di occasionalità necessaria tra lavoro e infortunio, nel senso che lo svolgimento dell’attività lavorativa deve aver creato un rischio specifico, rispetto a quelli cui comunque il lavoratore, al pari di qualsiasi altro individuo, è esposto[ii].
La Suprema Corte rigetta, pertanto, il ricorso proposto dal datore di lavoro, ritenendo che l’infortunio fosse avvenuto “in occasione di lavoro” e che il comportamento posto in essere dal lavoratore non fosse sussumibile nell’ipotesi del cosiddetto “rischio elettivo”, che integra un rischio aggiuntivo, colposamente attivato dallo stesso lavoratore.
A quest’ultimo proposito va ricordato che, in via di principio, l’eventuale colpa del lavoratore (per imprudenza, negligenza, imperizia) nello svolgere le operazioni attinenti la sua attività non esclude l’indennizzabilità dell’infortunio da lui subito. La legge, infatti, esclude l’indennizzabilità soltanto per l’ipotesi in cui l’infortunio sia stato determinato dal dolo del lavoratore che lo ha subito (artt. 11 e 65 d.p.r. 1124 del 1965).
Tuttavia, può darsi il caso che l’infortunio si produca per effetto di comportamenti non collegabili all’adempimento dell’obbligazione lavorativa, perché svolti in condizioni anormali (ad esempio in stato di ubriachezza) o riferibili esclusivamente all’arbitraria iniziativa del lavoratore stesso. In tali ipotesi va ritenuta l’interruzione del nesso di dipendenza tra rischio ed evento lesivo, con la conseguente non indennizzabilità di quest’ultimo.
Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a imperizia, negligenza e imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigli che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute, cosi da porsi come causa esclusiva dell’evento, essendo necessaria a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore della sfera di organizzazione e di finalità del lavoro, e, con essa, della estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere[iii].
In sintesi, la Suprema Corte ritiene che la Corte di Appello abbia correttamente applicato i principi ripetutamente affermati in materia di “occasione di lavoro” e di estensione della stessa anche alle ipotesi di “rischio improprio” e abbia correttamente riconosciuto, oltre al danno biologico connesso alla percentuale di inabilità permanente riportata  anche il danno morale come riparazione delle sofferenze psichiche che si erano protratte nel tempo.

(Altalex, 8 giugno 2016. Nota di Irene Di Mauro)