CASSAZIONE

Licenziamento legittimo se motivato da necessità di ridurre i costi del personale

L’interessante pronuncia in commento affronta il tema della legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, intimato al dipendente in assenza di una situazione di crisi aziendale ma al solo fine di ridurre il costo del personale.

Nella fattispecie, la datrice di lavoro è una società consortile che, a seguito del decremento del numero dei propri associati, ha redistribuito le mansioni del personale impiegato, addivenendo alla soppressione di un posto di lavoro. Tale circostanza ha determinato l’avvio del procedimento giudiziale nell’ambito del quale la lavoratrice individuata come in esubero ha chiesto l’applicazione della tutela obbligatoria di cui alla Legge n. 604/1966.

I giudici di merito hanno dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato, disponendo la riassunzione della prestatrice di lavoro o, in mancanza, il pagamento di una indennità risarcitoria pari a cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

La società consortile ha proposto, dunque, ricorso in Cassazione denunciando un vizio di motivazione della sentenza di secondo grado che, pur avendo riconosciuto la necessità di contenimento del costo del personale posta a fondamento della risoluzione contrattuale, aveva negato l’esistenza di un giustificato motivo oggettivo dal momento che la società non versava in uno stato di crisi irrimediabile.

In accoglimento del ricorso, la Corte di Cassazione ha condotto un approfondito excursus della giurisprudenza pronunciatasi in merito al concetto di “giustificato motivo oggettivo” di licenziamento, come delineato dall’art. 3 della Legge n. 604/1966.

Dopo aver precisato i limiti del sindacato giudiziale in ordine al merito delle scelte imprenditoriali (in accordo con il principio posto dall’art. 41 della Costituzione), gli ermellini si sono soffermati sull’ipotesi di soppressione del posto di lavoro, ritenendola pacificamente compatibile con la figura del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Secondo la Corte, tale scelta aziendale, insindacabile sotto il profilo della sua opportunità ed efficacia, può conseguire da una diversa organizzazione tecnico-produttiva che abbia reso determinate mansioni obsolete o non più necessarie; o dall’esternalizzazione di determinate mansioni; o dalla soppressione di un intero reparto o dalla riduzione del numero di addetti, rivelatosi sovrabbondante rispetto all’impegno richiesto; o da una diversa ripartizione delle mansioni tra il personale in servizio, attuata ai fini di una più economica ed efficiente gestione aziendale.

In quest’ultimo caso, fermo restando il diritto del datore di lavoro di ripartire diversamente determinati compiti tra più dipendenti, la redistribuzione – per essere legittima – non può costituire un mero effetto di risulta, ma deve rappresentare la causale del licenziamento.

A detta del Collegio, tutte le ipotesi delineate presentano la medesima costante: il fine di migliorare la produttività aziendale.

Ogni incremento di produttività, infatti, si traduce sempre in un risparmio di costi, a nulla rilevando che tale contrazione serva solo a prevenire o contenere perdite di esercizio o sia destinata ad un incremento del profitto.

Del resto, come affermato in un precedente arresto (Cass. civ., sez. lav., n. 23620 del 18.11.2015), un aumento del profitto si traduce non solo in un vantaggio per il patrimonio individuale dell’imprenditore, ma principalmente in un incremento degli utili dell’azienda, ovvero in un beneficio per l’intera comunità di lavoratori.

Ai fini della legittimità del recesso datoriale, l’importante è che la finalità perseguita – quand’anche sia un incremento della produttività – si estrinsechi in un genuino mutamento dell’organizzazione tecnico-produttiva aziendale.

E tale soluzione non apparirebbe come innovativa rispetto ai precedenti approdi interpretativi. Ad onor del vero, è frequente in giurisprudenza la negazione della legittimità del licenziamento laddove la scelta aziendale sia finalizzata esclusivamente al conseguimento di un maggior profitto (cfr. Cass. civ., sez. lav., n. 2874 del 24.02.2012 o Cass. civ., sez. lav., n. 19616 del 26.09.2011).

Ciò che sarebbe vietato invece – secondo la sentenza in esame – è il perseguimento del profitto mediante abbattimento del costo del lavoro, realizzato con il puro e semplice licenziamento di un dipendente non dovuto ad un effettivo mutamento organizzativo, ma dipeso unicamente dal bisogno di sostituirlo con altro retribuito in misura inferiore (malgrado l’identità o l’equivalenza delle mansioni).

In sintesi, l’incremento di produttività in termini di contrazione del costo di lavoro se non accompagnato dal mutamento organizzativo non può integrare il concetto di “giustificato motivo oggettivo” previsto dall’art. 3 della Legge n. 604/1966.

Sulla scorta di tali determinazioni, la Corte ha censurato la pronuncia di merito per aver erroneamente escluso la riconducibilità della fattispecie di ripartizione delle mansioni al giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Il giustificato motivo oggettivo di licenziamento ben può consistere, invero, in una diversa ripartizione di date mansioni fra il personale in servizio, attuata ai fini di una più economica ed efficiente gestione aziendale nel senso che, invece di essere assegnate ad un solo dipendente, esse possono suddividersi fra più lavoratori, ognuno dei quali se le vedrà aggiungere a quelle già espletate. Il risultato finale può legittimamente far emergere come in esubero la posizione lavorativa di quel dipendente che vi era addetto in modo esclusivo o prevalente, sempre che tale riassetto sia realmente all’origine del licenziamento, anziché costituirne mero effetto di risulta.

(Altalex, 29 settembre 2016. Nota di Ilaria Borrelli)